Che gli succederà

"Non si succede al Generale De Gaulle”. Attribuita originariamente a Georges Pompidou, quand’era primo ministro del carismatico fondatore del gollismo, questa frase lapidaria e solenne fu fatta propria da quest’ultimo esattamente in polemica col suo fidato collaboratore d’un tempo, dopo la brusca rottura – prima politica, poi personale – intercorsa tra i due nel 1968, innescata dalla diversità di vedute sul modo di affrontare la contestazione studentesca. di Alessandro Campi
21 AGO 20
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Con questo articolo Alessandro Campi inizia a collaborare con il nostro giornale.

"Non si succede al Generale De Gaulle”. Attribuita originariamente a Georges Pompidou, quand’era primo ministro del carismatico fondatore del gollismo, questa frase lapidaria e solenne fu fatta propria da quest’ultimo esattamente in polemica col suo fidato collaboratore d’un tempo, dopo la brusca rottura – prima politica, poi personale – intercorsa tra i due nel 1968, innescata dalla diversità di vedute sul modo di affrontare la contestazione studentesca (il Generale era per un’assoluta intransigenza nei confronti della “carnevalata” partita dalla Sorbona, l’inquilino di Matignon voleva il dialogo con i rivoltosi del Quartiere latino) e resa irreversibile dalla decisione del Presidente, dopo la trionfale vittoria dei gollisti alle elezioni politiche anticipate svoltesi il 23-30 giugno di quell’anno fatidico, di congedare il suo più accreditato delfino e nominare al suo posto un altro fedelissimo, Maurice Couve de Murville. Si sa come è andata a finire. De Gaulle, a dispetto d’ogni previsione, compresa quella del diretto interessato, ha avuto un successore e quel successore – alle presidenziali del giugno 1969, indette anticipatamente dopo le dimissioni e il ritiro dalla politica del Generale, che sarebbe scomparso nel novembre 1970 – è stato per l’appunto Pompidou. Dato per morto insieme al suo inventore, il gollismo è così da allora divenuto, anche se attraverso permutazioni e cambi di rotta ideologici, una realtà stabile, persino egemone, nel panorama politico francese sino ai giorni nostri.
“El único sucesor de Perón será el pueblo argentino”. Altrettanto altisonante, sebbene di incerto significato politico, questa sentenza fu pronunciata da Juan Domingo Perón il 12 giugno 1974, a meno di un mese dalla sua morte. Il padre del “giustizialismo” era tornato trionfalmente in patria nel giugno dell’anno precedente, dopo il lungo esilio cui l’avevano costretto i militari che nel 1955, con un colpo di stato denominato ironicamente “Revolución Libertadora”, ne avevano interrotto il secondo mandato presidenziale. Eletto una terza volta alla Casa Rosada nell’ottobre 1973, stanco e malato, cosciente della sua fine imminente, incapace di mediare tra le opposte e violente fazioni in cui s’era diviso nel frattempo il movimento peronista (l’ala conservatrice e anticomunista ispirata dal sinistro e misterioso José López Rega e la componente populista-rivoluzionaria rappresentata in particolare dai Montoneros), Perón era convinto che nessuno avrebbe potuto prenderne il posto, al punto da affidare la sua controversa eredità politica, generosamente ma genericamente, a quel popolo che tanto l’aveva adorato. Anche in questo caso si sa come è andata a finire. Il peronismo, che già era sopravvissuto alle dure proscrizioni dei militari degli anni Cinquanta e Sessanta, sopravvisse anche alla feroce dittatura che nel marzo 1976 aveva deposto l’inetta Isabelita Perón, subentrata alla guida dell’Argentina dopo la morte del marito. Con il ritorno della democrazia nel 1983, i peronisti, che nel frattempo avevano mutato in modo consistente il bagaglio dottrinario delle origini, assestandosi intorno ad una inedita miscela di conservatorismo sociale, populismo giustizialista e liberismo economico, si sono progressivamente imposti coma la famiglia politica dominante sulla scena argentina, che ancora oggi li vede come protagonisti incontrastati.
Guardando ora all’Italia e alle discussioni di questi anni sul dopo Berlusconi, divenute febbrili dopo le recenti sconfitte (alle amministrative e al referendum) rimediate dal centrodestra, la questione che sollevano i precedenti storici appena evocati appare sin troppo facile da enunciare. Chi raccoglierà – attraverso quali strumenti, con quali forme e modalità – l’eredità del berlusconismo, ammesso che qualcuno sia in grado di farlo e di assicurargli così un futuro? Più in generale, si tratta di capire – alla luce degli esempi offerti dalla storia, ovviamente non vincolanti ma pur sempre ricchi di suggestioni, di parallelismi e dunque di possibili insegnamenti – se un movimento politico carismatico, nato dalla volontà visionaria e dalla forza di trascinamento di un uomo solo, possa sopravvivere alla scomparsa o all’uscita di scena di quest’ultimo o sia invece destinato ad esaurirsi fisiologicamente insieme al suo artefice.
Il problema riguarda beninteso non la storia politica universale – che ha conosciuto fondatori di dinastie durate secoli e avventurieri che dietro di sé, una volta abbandonato il comando per qualunque ragione, hanno lasciato soltanto sogni infranti di grandezza, rovine materiali e lotte sorde di potere tra i seguaci per la spartizione delle spoglie – ma le democrazie contemporanee, all’interno delle quali bisogna appunto distinguere tra la regola e l’eccezione: la prima rappresentata dalle figure di grandi leader, ad esse consustanziali, emerse dalla lotta interna alle diverse tradizioni o famiglie politico-ideologiche alle quali appartenevano e che in molti casi hanno contribuito a rinnovare o rivitalizzare; la seconda rappresentata da coloro (appunto personaggi come De Gaulle, Perón e forse, ai giorni nostri, Berlusconi) che un movimento, un partito, un seguito di massa e un’ideologia di riferimento (per quanto magari vaga e nell’intimo contraddittoria) se li sono invece inventati e costruiti da soli e dal nulla, a misura della propria personalità per solito dirompente, non solo portandoli al successo elettorale, ma imprimendo attraverso di essi un sigillo indelebile all’epoca che li ha visti protagonisti.
Insomma, Berlusconi, come è capitato ai suoi altrettanto eccentrici predecessori, gli unici ai quali a rigore possa essere avvicinato considerate le rispettive parabole e personalità, potrà avere anch’egli degli eredi? Tra venti o trent’anni esisterà ancora il berlusconismo, così come ancora esistono il peronismo e il gollismo, per quanto necessariamente diverso da quello delle origini e da quello attuale?
Don Gianni Baget Bozzo, anima mistica della corte intellettuale berlusconiana, che della successione al Cavaliere non ha mai voluto sentir parlare, forse immaginando che il vuoto politico da lui lasciato un giorno sarebbe risultato incolmabile per qualunque mortale e dunque doloroso da immaginare per chi, come nel suo caso, s’era totalmente immedesimato con l’uomo e con la stagione eroica che aveva incarnato, era solito dire, semplicemente, che “l’Italia non è la Francia e Berlusconi non è De Gaulle”. Il che, da un lato, sembrerebbe rendere vano o superfluo, oltre che vagamente iettatorio, qualunque confronto storico con le poche esperienze assimilabili all’odierna vicenda italiana e, di conseguenza, qualunque scenario futuribile su di esso basato; e dall’altro, sembrerebbe convalidare, sebbene in modo involontario, un’idea che da sempre accomuna gran parte degli avversari di Berlusconi, secondo la quale l’informe creatura partorita da quest’ultimo andrebbe politicamente considerata come un incidente cosmico, uno scherzo del destino o, per usare categorie più congrue, una dolorosa parentesi della storia. Esattamente come una tragica e inconcludente parentesi – guarda il caso anch’essa ventennale – può essere giudicato il fascismo mussoliniano, precipitato sugli italiani come un asteroide e dissoltosi senza lasciare alcuna traccia o eredità che potesse essere dignitosamente rivendicata da alcuno.
E’ curioso, in effetti, come l’interpretazione del berlusconismo alla stregua di un’irruzione nella vita pubblica di una personalità unica e irripetibile, di una realtà politica destinata a consumarsi nel suo significato autentico insieme al suo artefice, dunque né replicabile né estensibile nel tempo, sembri accomunare la sinistra che lo ha sempre avversato, transitata in blocco e definitivamente dalla cultura storicista dei padri al moralismo antistorico e supponente degli epigoni odierni di quella gloriosa tradizione, e la destra che lo ha sempre amato e difeso, arroccatasi sempre più su una visione estetizzante, antipolitica e intrinsecamente nichilista di quest’esperienza. Per la prima, che legge la storia italiana del Novecento come un succedersi di strappi violenti, di stagioni politiche prive di connessioni e legami, il berlusconismo è una piaga purulenta prodottasi improvvisamente sul corpo sano della nazione, forse il riacutizzarsi di una vecchia infezione, che prima o poi andrà guarita e dimenticata. Per la seconda, che si compiace di presentarsi “barbara” e aliena rispetto ad una tradizione storica nei cui valori stenta a riconoscersi, essendone a sua volta tenuta ai margini dai custodi dell’ortodossia costituzional-repubblicana, va invece considerato una splendida e solitaria cavalcata nel deserto, la fantasmagoria di un uomo talmente fuori dagli schemi e dalle convenzioni da aver scatenato nei suoi confronti una guerra senza esclusione di colpi nel nome del conformismo ideologico e della difesa ad oltranza dello status quo. In entrambi i casi, nella comune convinzione che Berlusconi non possa avere eredi con le sue stesse capacità, per fortuna o per disgrazia a seconda dei punti di vista, si tratta solo di aspettare la fine della sua storia – sperando che sia indolore e non accompagnata da botti, travagli e drammatici colpi di coda – e di voltare pagina per sempre, sino a trasformarlo in un ricordo del passato: inquietante per gli uni, nostalgico per gli altri.
Potrebbe però andare diversamente, il berlusconismo (come blocco sociale e movimento d’opinione) potrebbe, date certe condizioni, sopravvivere al suo inventore. Per quanto le analogie storiche possano effettivamente essere ingannevoli, talvolta risultano istruttive e dunque meritevoli di attenzione. L’esempio emblematico della Francia ci dice che l’eredità di un Grand’Uomo – visto che il carisma, essendo personale, non si trasmette per successione legittima – passa più facilmente di mano a figure spente e grigie, pragmatiche e di solida preparazione tecnico-politica, cui è richiesto non di continuare ad infiammare le masse ma semmai di sedare gli animi e di ricomporre i contrasti. Il prosecutore non deve riproporre la magia del fondatore, ma stabilizzarne il lascito. Il che significa, per venire al nostro caso, che il successore potenziale del Cavaliere, visto che oggi se ne parla tanto senza però immaginare chi possa mai essere, andrà eventualmente cercato non tra chi gli somiglia almeno un poco, per capacità comunicativa e forza di seduzione, ma tra chi è più distante dalla sua psicologia e dal suo carattere.
Ancora. Lo scontro che oppose De Gaulle a Pompidou per la corsa alla presidenza, quando si capì che il primo era ormai alla conclusione del suo ciclo politico e fisico, dimostra altresì che in democrazia, anche quando sia dominata da una personalità carismatica e pervasiva, dimostratasi capace di imporre in ogni circostanza pregressa la sua volontà, non esistono eredi designati o forme di trasmissione dall’alto del potere. Il comando e il prestigio ad esso connesso vanno sempre conquistati sul campo. La continuità di un’esperienza politica, soprattutto se sin troppo identificata con una persona, implica, paradossalmente, discontinuità e rottura, conflitto di idee e di ambizioni, tradimenti momentanei e psicodrammi, tensioni e lotte: rispetto al capo carismatico (che al comando difficilmente rinuncerà in modo volontario) così come nei confronti degli altri eventuali contendenti alla successione. Il passaggio di consegne accompagnato da una pacca sulla spalle e un bacio sulla guancia è, sempre per restare al caso che ci interessa, la miope illusione di coloro che, per dimostrarsi fedeli sino all’ultimo a Berlusconi, rischiano in realtà di essere i becchini del berlusconismo.
Ancora. De Gaulle, che spregiava i partiti e i connessi riti congressuali, sin dai suoi esordi in politica non fece altro che montare e smontare raggruppamenti parlamentari, alleanze partitiche e blocchi elettorali, avendo come unico interesse la fedeltà alla sua persona di chi, parlamentare o semplice militante, si riconosceva nel movimento gollista. Alla fine, nel novembre 1967, si decise a creare un partito vero, l’Union des Démocrates pour la Ve République, con una solida struttura organizzativa e basato sul reclutamento di massa, sempre al servizio del Presidente ma relativamente autonomo rispetto al governo. Fu quello, con il senno del poi, lo strumento che consentì al “gollismo senza De Gaulle” di radicarsi nella storia francese. Ma una considerazione analoga può farsi nel caso della turbolenta vicenda del peronismo, la cui tenuta nel tempo, a dispetto degli sbalzi d’umore e dei rovesci di fortuna di Perón, è stata in gran parte garantita dall’attività (in certe fasi storiche divenuta persino clandestina) del Partido Justicialista da lui fondato nel 1947 (rimasto sempre il custode dei princìpi e degli obiettivi d’azione che ancora oggi caratterizzano la dottrina peronista: sovranità politica, indipendenza economica e giustizia sociale) e delle organizzazioni sindacali che ne rappresentavano il corollario e il completamento. Se questi sono i precedenti, per quel che possono valere, dove si può giocare la partita di potere per la successione a Berlusconi se non all’interno del partito che per definizione dovrebbe assicurare la continuità del suo progetto politico?
Ancora, e per concludere. Se il gollismo e il peronismo sono divenute vere e proprie famiglie politiche, che ancora perpetuano il ricordo del loro fondatore avendo nel frattempo modificato molte volte la propria fisionomia, avendo sperimentato e affrontato altresì cambi di generazione, di contesto storico e di gruppi dirigenti, è perché quella che in fieri era stata percepita come un’avventura solitaria, come tale condannata alla sterilità e all’esaurimento, in realtà rappresentava un movimento collettivo della storia, che aveva semplicemente trovato uno qualunque in grado di incarnarlo e guidarlo attraverso la forza del proprio carisma. Il demiurgo, anche il più immaginifico e capace, lascia qualcosa di sé solo se ha alle sue spalle, a sostenerne il disegno politico, forze storiche reali, gruppi sociali determinati e interessi concreti, solo se oltre a mettere in scena se stesso si trova anche a rappresentare istanze e pulsioni profonde, sentimenti radicati e stabili nel corpo della società. De Gaulle, come si ricorda abitualmente, agli occhi dei francesi che l’hanno sostenuto è stato colui che, avendo scelto nel giugno 1940 di non arrendersi e di continuare a lottare contro i tedeschi, ha salvato l’onore della nazione e assunto su di sé la custodia dei valori repubblicani calpestati dalla Francia di Vichy; è colui che ha salvato il paese dalla guerra civile all’epoca della crisi algerina; è infine colui che ha dato sostanza e forma politica, riuscendo in una sintesi tutt’altro che facile, sia alla Francia cattolica e contadina, quella più attaccata alla tradizione, sia alla Francia della piccola borghesia emergente desiderosa di modernizzazione e sviluppo. Perón, a sua volta, ricorrendo ad un impasto assai efficace di mistica nazionalista e retorica populista, è colui che ha spezzato per sempre il dominio sociale delle antiche e retrive oligarchie argentine, economiche e militari, immettendo nella vita pubblica in modo permanente le classi lavoratrici delle periferie urbane, le masse derelitte dell’entroterra rurale, i giovani e i ceti professionali. Nei due casi – senza voler ovviamente sorvolare sui tratti persino autoritari e illiberali della loro esperienza, particolarmente evidenti soprattutto in quello argentino, senza nemmeno voler dimenticare le divisioni e le lacerazioni che questi leader hanno comunque prodotto nel corpo delle rispettive società – se qualcosa è rimasto di solido e permanente è perché entrambi hanno messo in moto e indicato una direzione di marcia a energie sociali profonde.
Può dirsi la stessa cosa nel caso del berlusconismo o ha ragione chi sostiene che quest’ultimo altro non sia stato che fuffa propagandistica al servizio degli interessi assai meschini di una persona sola, senza alcun legame effettivo con le esigenze di quel pezzo di società italiana che lo ha sostenuto nel corso degli anni? Se il dopo Berlusconi ha un senso in prospettiva storica dipende esattamente dalla risposta a questa domanda. Non solo dunque dalla qualità degli uomini che attualmente compongono il gruppo dirigente berlusconiano, una corte al momento sin troppo anarchica e plaudente – uomini che forse prima o poi troveranno il coraggio, non foss’altro per spirito di sopravvivenza, per palesare un minimo di autonomia e di forza decisionale –, ma soprattutto dalla solidità degli interessi economico-sociali, delle ansie di rinnovamento culturale, che a suo tempo si sono compattati intorno alla bandiera – invero divenuta piuttosto logora – della “rivoluzione liberale” e del progetto modernizzatore annunciato dal Cavaliere. Se erano interessi e ansie reali, per quanto negli anni malamente frustrati dal movimento politico che se n’era fatto carico, è difficile immaginare che milioni di italiani possano trovarsi improvvisamente orfani e allo sbando, solo perché Berlusconi non ci sarà più. E dunque la sua esperienza potrà anche continuare, in forme diverse dall’attuale e con uomini che in questo momento nemmeno riusciamo ad immaginare. Diversamente, il berlusconismo scomparirà col suo geniale inventore. Alcuni si saranno divertiti, altri meno, di sicuro comincerà una storia del tutto nuova e gli esempi da cui siamo partiti si riveleranno un semplice esercizio di scuola.
di Alessandro Campi